
Il mio giardino persiano
Il mio giardino persiano (My Favourite Cake) è un film iraniano del 2024 presentato al Festival di Berlino dove ha vinto Il Premio della Giuria Ecumenica e Il Premio FIPRESCI, dove alle registe è stato vietato di andare perché private del loro passaporto dal regime in cui vivono e in cui è ambientato il film.
Si potrebbe supporre che ha contenuti fortemente politici o sovversivi, invece il film ne ha solo uno esplicito, quello in cui una ragazza sta per essere arrestata perché ha il ciuffo di capelli fuori dall’hijab e che viene difesa dalla protagonista che non solo si oppone alla tracotanza della polizia morale ma che la invita anche a imparare a difendersi da sola.
La protagonista è una donna anziana che vive sola a Teheran, perché vedova da vent’anni e madre di una figlia che da lungo tempo risiede all’estero e che lei non può più andare a trovare perché per motivi di età non può ottenere il visto.
Vive in una casa inondata di luce e che si apre sul suo giardino, e quasi tutto il film è girato in questo spazio, dall’incipit che inquadra l’ingresso e si allarga nello spazio giorno per arrivare poi alla camera da letto dove lei, Mahin, dorme con una mascherina sugli occhi per proteggersi dalla luce. Non riesce a dormire la notte, e questo ci viene detto subito durante la conversazione telefonica con un’amica ipocondriaca che, incurante delle sue abitudine, la sveglia ogni mattino. Vero è che il mattino è quasi passato.
Non dorme Mahin perché la notte è più difficile convivere con la solitudine mentre di giorno può trovare sollievo a curare le piante del proprio giardino o a fare due chiacchiere al mercato per la spesa.
È una donna pacata, dai gesti sicuri e pazienti.
La vediamo fare un lavoro di maglia per il nipotino lontano avendo come compagna la televisione che trasmette telenovele, la vediamo in cucina mentre sminuzza verdure per il pranzo con le sue amiche, ormai diventato annuale. Infine la vediamo col cellulare mentre, in video, cerca di partecipare alla vita di sua figlia, e a portarle parte della sua vita, il lavoro a maglia terminato e mostrato con orgoglio. Ma il video viene interrotto e si smorza il sorriso di lei.
Mahim decide di cambiare la sua vita. Si lacca le unghie, si da il rossetto, indossa un molle hijab sui capelli ed esce.
Non vuole più stare sola e cerca, con successo, un uomo con cui condividere le piccole gioie che restano della vita.
Incontra Faramarz, un tassista solo, lo invita ad accompagnarla a casa anche se lui ha terminato il suo orario di lavoro, lo fa entrare in casa propria, stando ben attenta a non essere vista dai vicini.
E semplicemente si raccontano, si ascoltano, bevono il vino, proibito dal regime e perciò tenuto nascosto, mangiano nel giardino, ora illuminato dalle lampadine sistemate da lui, ascoltano musica e persino ballano una canzone da entrambi preferita.
Come se quella sera, che diventa poi notte, potesse essere il seguito di tante altre, tale è la condivisione e il piacere che entrambi vivono nello stare insieme.
Ed è in questa semplicità di gesti e sguardi che si mostra una rivoluzione che va non solo contro le leggi della Repubblica Islamica ma anche contro i preconcetti circa l’iniziativa dell’approccio tra una donna e un uomo, circa l’amore che si può tentare di vivere anche se in età matura.
Questo film semplice anche nelle inquadrature, primi piani, ambiente e personaggi registrati in modo fluido, campo e controcampo, dimostra che la vita può avere ancora magia se si riesce, con coraggio e onestà, a godere delle piccole cose, come del dolce alla vaniglia e al profumo d’arancio, da cui il titolo originale del film.
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