Phonè di Francesco Terracciano
Carmen Mitrotta, senza nome 2

Phonè di Francesco Terracciano

diMimma Leone

Si potrebbe dire, con rigor di sintesi, che ‘Phonè’ è tutto nella sua copertina: la facciata di un'abitazione visibile solo in parte, celata da una superficie scrostata, miseramente adornata da quei pochi colori sbiaditi che pure raccontano altro. Eppure, la vista non è l’unico senso sollecitato; quasi pare di sentirla, quell'eco lontana che sembra travalicare il muro, e le parole a fare da trivello. Crepuscolare, vischioso, insondabile: questo è il quadro dipinto da Francesco Terracciano, che dalla parola-materia conduce nell’immediato a una sinfonia di suoni e silenzi, fino a planare su un pavimento scorticato di foglie e pensieri sparsi. Le poesie scelte o meglio, come specifica l’autore, i poemetti, sono piccole epifanie cullate dall’umiltà del ricordo che appartiene al tempo perduto, a quei vent’anni lontani rispetto all'attualità della scrittura stessa di Terracciano, che tuttavia ripropone il passato maneggiandolo con estrema cura. A tratti, ciò che diventa quasi tangibile, è la reverenza verso il dettaglio, l'attimo, il sentire di un momento che, altresì, appartiene a un'eternità che agita e confonde, consola e disorienta. È un'età tenera e fragile quella che giace fra i versi, una dimensione che rischia di sgretolarsi da un momento all'altro, protetta solo dalla luce, fra le foglie e la pioggia. La raccolta poetica di Francesco Terracciano è un gioco sottile di note e accenti che risuonano nell’anima, che riesca dar voce a ciò che è inudibile, facendo emergere dall’oscurità l’incoscienza tenue di un impeto di gioventù che forse è il senso della vita stessa, nello slancio delle passioni, che resta unico, memorabile. Il titolo stesso, ‘Phonè’, rimanda a una vibrazione primordiale, alla voce stessa che muove l’universo, simbolo di un bisogno primario e universale: quello di comunicare e di essere ascoltati, prima di tutto da sè stessi, per non perdere la rotta. I poemetti, pagina dopo pagina, si configurano come fili sottili che si intrecciano, costruendo ponti tra l’invisibile e il visibile, tra il tempo e l’immortalità. Ogni verso è un’onda che si propaga nel mare dell’esistenza, eppure l’autore sa anche rimanere in disparte e silenzioso, consapevole del peso specifico dei vuoti, delle misure incalcolabili degli spazi tra una parola e l'altra. E i gesti descritti, pur nella loro densità, sono come piume, leggere ma capaci di tracciare segni profondi, delineando direzioni e suggerendo altrettanti panorami. Terracciano, con la sua scrittura, sembra spingersi oltre il confine del linguaggio, esplorando il territorio di ciò che non si può dire ma che si sente dappertutto, grazie alla poetica che è rappresentazione di vita ma ancor prima respiro, che si muove tra sospiri e pause, ma senza sosta. È questo il ritmo che invita il lettore, invece, a lasciarsi trascinare con fiducia sui binari di un viaggio sonoro, che conduce e seduce. La lettura, a dispetto della brevità del libro, diventa allora ricerca incessante di verità nell’imperscrutabile rifugio del quotidiano, un cammino che porta ad una conoscenza più sottile dell’esistenza, che evidentemente può essere anche la propria. Leggete ogni poesia come se fosse una piccola grande rivelazione, un lampo di luce che squarcia la notte dell’invisibile, accarezzata da una melodia sospesa nel vuoto, che sfiora il cuore senza mai saturarlo. Con ‘Phonè’, possiamo guardare oltre la superficie delle cose, per scoprire la bellezza dei dettagli.  Il mondo stesso, in fondo, non è che un insieme, all’apparenza illogico, di stupidi e splendidi dettagli che colorano o sbiadiscono la vita, in un’alternanza che forse non possiamo decidere, ma di certo decifrare. Con l’ispirazione, il senso della profondità, la letteratura.

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