Gozzano e l'ironia del melodramma
Carmen Mitrotta, dead food for new world

Gozzano e l'ironia del melodramma

diRiccardo Renzi

Gozzano è certamente da considerarsi tra i maggiori poeti del Novecento italiano. Egli nacque il 19 dicembre 1883 a Torino. Proveniente da una famiglia agiata, Gozzano visse una giovinezza segnata da lutti e difficoltà personali che ebbero un impatto fondamentale sulla sua poetica. La sua vita, segnata dalla tisi e dalla morte precoce, non raggiungendo i 33 anni, si riflette in una produzione poetica che esplora la condizione umana con un tono che alterna la riflessione malinconica alla critica sociale e alla disillusione verso il passato [1].

Gozzano nacque in una famiglia benestante, la cui tradizione si intrecciava con la cultura e la politica del tempo. Il nonno, Carlo Gozzano, medico nella guerra di Crimea, e il padre Fausto, ingegnere e costruttore della ferrovia canavesana, furono personalità influenti che contribuirono alla formazione di un ambiente culturale e intellettuale ricco. Tuttavia, fu il matrimonio del padre con Diodata Mautino, una donna dal temperamento artistico, che arricchì ulteriormente il giovane Guido di influenze culturali che avrebbero inciso sulla sua futura produzione letteraria [2]. La precoce perdita del padre nel 1900 segnò il giovane Gozzano, tanto da riflettersi nella sua carriera scolastica e, successivamente, nella sua produzione poetica. La tisi, malattia che lo afflisse per tutta la vita, divenne parte integrante della sua identità e della sua poesia, caratterizzata da un intenso senso di sofferenza fisica ed esistenziale.

La formazione letteraria di Gozzano fu segnata dalla tradizione decadente, di cui il poeta fu inizialmente un seguace. Le sue prime poesie, come Suprema Quies, rivelano un tono latineggiante e una poetica che richiama l’estetismo decadente. Il poeta si avvicinò anche al movimento simbolista e a modelli francesi, tra cui Laforgue, Verlaine e Baudelaire, il che lo portò a essere influenzato da una visione del mondo distante dalla realtà quotidiana, quasi sospesa in un’atmosfera di bellezza nostalgica e malinconica. Tuttavia, il suo incontro con la realtà quotidiana e l’esperienza del dolore personale segnarono un distacco dal decadentismo.

Nelle Lettere a Milena, Kafka scrive che è ingiusto ridere degli eroi dell’opera che continuano a cantare anche in fin di vita[3]. In Gozzano, invece, il giacere cantando è un pericolo che va in ogni modo evitato, un esporsi al ridicolo dal quale ci si può salvare solo mediante la maschera della passione, altrimenti bisogna ironizzare[4]. Tale concetto Gozzano lo maturò solo dopo essere passato attraverso diverse correnti letterarie. Se all'inizio Gozzano sembra aderire ai temi e alle forme del decadentismo, col passare degli anni la sua poetica subisce una metamorfosi che lo porta a distaccarsi dal modello dannunziano. Come scrive Gianfranco Contini, "crepuscolare" non è solo un aggettivo storico, ma una tonalità che diventa una caratteristica distintiva della sua poetica. Gozzano si fece portavoce di una nuova sensibilità, una visione che abbracciava l'ironia, il dolore e l’impossibilità di riscatto. La sua poesia, caratterizzata da un lessico semplice e da un linguaggio diretto, si focalizza sul piccolo, sull’umano, su una quotidianità che spesso appare priva di slanci eroici.

In questo contesto, la riflessione sulla separazione tra vita e letteratura è fondamentale. Gozzano, come sottolinea Edoardo Sanguineti, si rende conto della rottura tra la "vita bella e autenticamente appassionata" del passato e la realtà prosaica del presente. Con la consapevolezza di questa frattura, Gozzano non solo rinuncia al sogno decadente, ma si fa portavoce di una poesia che, pur nell’assenza di speranza, sa cogliere la realtà in tutta la sua cruda bellezza. Il poeta riconosce che la letteratura non può più riflettere un mondo ideale e che la bellezza del passato è ormai lontana e irraggiungibile.

Un momento emblematico del distacco di Gozzano da D’Annunzio è contenuto in una poesia in cui il poeta ironizza sulla sua impossibilità di essere un “Gabrieldannunziano”, riconoscendo la superiorità dell'impegno poetico che rifiuta l’esaltazione del superuomo e della bellezza idealizzata a favore di una realtà più modesta e meno eroica. In questo passo, Gozzano dichiara con ironia[5]:

"Mi è strano l’odore d’incenso,
ma pur ti perdono l’aiuto
che non mi desti se penso
che avresti anche potuto,
invece di farmi gozzano,
un po’ scimunito, ma greggio,
farmi gabrieldannunziano:
sarebbe stato ben peggio!"

Questo atteggiamento di distacco è emblematico della sua evoluzione stilistica. Gozzano, pur riconoscendo l’influenza di D'Annunzio [6], si rende conto della sua impossibilità di aderire ai modelli del passato e sceglie una nuova strada poetica, quella crepuscolare, che riflette meglio la sua esperienza del mondo e della vita.

Gozzano, con il suo passaggio dal decadentismo al crepuscolarismo, giocò un ruolo fondamentale nel rinnovamento della lirica italiana. La sua poesia, caratterizzata da temi di solitudine, disillusione e malinconia, segnò una frattura con la tradizione precedentemente dominante, quella dell’estetismo decadente. Con l’avvento della sua poetica crepuscolare, la lirica italiana si aprì a nuovi orizzonti che si sarebbero sviluppati con poeti come Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti, che, pur avendo differenze stilistiche e tematiche, ebbero in comune la capacità di trattare la condizione umana con una nuova e più realistica sensibilità.

Tornando al concetto del drammatico kafkaiano nella poesia di Gozzano, basato sull’evitare il ludico in momenti seri, in lui la negazione dell’amore si manifesta in un linguaggio tutto fondato sulla retorica dell’impressionabilità emotiva. Potremmo dire, utilizzando le parole di Lonardi, che Gozzano si pone lungo la «linea della memoria dell’opera»[7] che attraversa tutta la lirica novecentesca da Ungaretti a Caproni. Se Saba si rivolgerà al melodramma ottocentesco come ad un modello fortemente legato alla tradizione, Gozzano è da considerarsi come un anticipatore, poiché teorizza la «sfiguarazione dell’immagine dell’opera» [8], operazione questa che culminerà solo con Caproni. Nel Poeta torinese la lingua del melodramma affiora con due modalità espressive che corrispondono e si sovrappongono alle due maschere dell’io lirico [9]. Da una parte l’alter ego maschile, dall’altra quello femminile. In Gozzano la parodia si realizza sempre mediante l’assunzione antifrastica, in prima persona, della voce melodrammatica. La voce del personaggio maschile è sempre disincantata e ironica, mentre quella di quello femminile utilizza le parole melodrammatiche con innata naturalezza, queste riflettono uno stato d’animo aperto alla vita e all’amore. Pasolini [10] ha bene evidenziato la tendenza del Poeta torinese ad inserire il lirismo all’interno di una struttura in prevalenza narrativa. Come nota anche Paduano, e come era già stato sottolineato da Pasolini, in Gozzano il melodramma rappresenta una forma di opposizione [11]. In Gozzano il lettore è spiazzato dall’ironia dell’io lirico che interrompe il canto, rivelando così al pubblico la natura teatrale. 

In definitiva, Guido Gozzano non fu solo un poeta del crepuscolarismo, ma una figura che segna un passaggio fondamentale nella letteratura italiana del Novecento. La sua poesia, sebbene segnata dalla malattia e dalla sofferenza, rappresenta un tentativo di rinnovare la tradizione poetica italiana, in un’epoca in cui il disincanto e la disillusione si facevano sempre più forti.


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[1]  G. Contini, Guido Gozzano e la poesia crepuscolare, Torino, Einaudi, 1955, p. 22.

[2]     E. Sanguineti, Storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2005, p. 34.

[3].    F. Kafka, Lettere a Milena, Milano, Mondadori, 1954, p. 236.

[4]     G. Baldissone, introduzione a G. Gozzano, Opere, Torino, UTET, 2006.

[5]     G. Gozzano, Poesie e prose, Torino, UTET, 2000, p. 45.

[6].    G. D’Annunzio, Le opere, Milano, Mondadori, 1999.

[7].    G. Lonardi, Il fiore dell’addio, Leonora Manrico e altri fantasmi del melodramma nella poesia di Montale, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 11.

[8].    G. Lonardi, Il fiore dell’addio, Leonora Manrico e altri fantasmi del melodramma nella poesia di Montale, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 45.

[9]     N. Lorenzoni, Le maschere di Felicità. Pratiche di riscrittura e travestimento da Leopardi a Gadda, Lecce, Manni, 1996, p. 6.

[10].  P. P. Pasolini, Guido Gozzano. Poesie, in Descrizioni di descrizioni, Milano, Garzanti, 1996, p. 190.

[11].  G. Paduano, Il giro di vite, Firenze, La Nuova Italia, 1992.

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