Il fuori
Carmen Mitrotta, Carciofo farcito

Il fuori

diLucio Macchia

Se volessimo rintracciare un’immagine dell’alba della modernità poetica, penseremmo probabilmente a Baudelaire che passeggia per Parigi, flâneur nella città, nel mondo, nella vita. La dimensione del “fuori” da allora a oggi attraversa tutta l’esperienza della modernità.

«…secondo quanto scrive Jean-Paul Sartre, “non è in un ipotetico rifugio che scopriamo noi stessi, ma per la strada, per la città, in mezzo alla folla, cosa tra le cose, uomo tra gli uomini” (e si possono ricordare anche gli elogi della strada attuati da Céline già nel 1932, nel suo Viaggio al termine della notte, quel “c’è solo la strada” ripreso da Gaber e Luporini in una nota canzone). Come nota Fabrizio Palombi […], dehors diventa “la parola d’ordine di una comune missione teorica e vitale. La ritroviamo nelle pagine di Gaston Bachelard, negli scritti di Maurice Blanchot, nelle pieghe di Gilles Deleuze, nei testi di Jacques Derrida, nelle analisi di Maurice Merleau-Ponty e, soprattutto, nelle pagine di Michel Foucault”, autore, quest’ultimo, di un’opera intitolata Il pensiero del fuori»[1].

La strada, il fuori "fisico", con la sua azione di spinta verso l'immanenza del mondo, verso l'altro da sé, rimanda a ogni fuori, a ogni oltre-concetto, oltre-soggetto, oltre-significanza. Rimanda all'incontro con l'Essere in virtù di quella "rivalutazione ontologica del sensibile" (espressione di Merleau-Ponty) che è sottesa a tutta questa temperie culturale tesa a un recupero del mondo della vita al di là (seppur con la precarietà insita nell'operazione) dello schermo dell'IDEA. La problematicità di questa impostazione è nella mancanza di un linguaggio dell'oltre-idea, dell'oltre-logos come ha perfettamente teorizzato Heidegger. Allora ci si rivolge ai linguaggi artistici che non sono propriamente "del fuori" ma sono in grado di avvicinarlo, evocarlo, sfiorarlo. Linguaggi di soglia, giani bifronte: da un lato il logos e dall'altro il tacito tocco dell'essere. Allora l'emozione poetica (artistica) non è il banale fremito di commozione/eccitazione di stampo sentimentalistico, ma il vibrare sensibile dell'essere attraverso la membrana astratta dei segni.

Questa linea di pensiero culmina in una concezione di “fuori assoluto”, di coincidenza con l’immanenza stessa, nelle elaborazioni concettuali vertiginose di Deleuze e Guattari. «Si direbbe che IL piano di immanenza sia contemporaneamente ciò che deve essere pensato e ciò che non può essere pensato. Esso sarebbe dunque il non pensato nel pensiero. E' lo zoccolo di tutti i piani, immanente a ogni piano pensabile che non riesce a pensarlo, la parte più intima del pensiero e al tempo stesso il suo fuori assoluto. Un fuori più lontano di ogni mondo esterno, perché è un dentro più profondo di ogni mondo interno: è l’immanenza, “l’intimità come Fuori, l’esterno trasformatosi nell’intrusione che soffoca, nel capovolgimento dell’uno e dell’altro” [virgolettato: Blanchot citato da Foucault]. Andata e ritorno incessante del piano, movimento infinito. Forse è il gesto supremo della filosofia: non tanto pensare IL piano di immanenza, quanto mostrare che esso è là, non pensato in ogni piano, pensarlo come il fuori e il dentro del pensiero, il fuori non esterno o il dentro non interno. Ciò che non può essere pensato, e che tuttavia deve essere pensato, fu pensato una volta, come una volta si è incarnato il Cristo per mostrare la possibilità dell’impossibile. Spinoza è quindi il Cristo dei filosofi, e i maggiori filosofi non sono altro che degli apostoli che si allontanano o si avvicinano a questo mistero. Spinoza, l’infinito divenire-filosofo, ha mostrato, allestito, pensato il piano di immanenza “migliore”, il più puro, quello che non si offre al trascendente né lo restituisce, quello che ispira meno illusioni, cattivi sentimenti e percezioni sbagliate...»[2]

Incontriamo ancora una volta una soglia di pensiero, un impossibile che non può essere definito ma solo mostrato, indicato, evocato: «Buona parte del pensiero novecentesco ha relativizzato la metafisica e l’umanesimo, cercando di risalire a una loro radice rimossa. Questa radice non è un concetto – altrimenti sarebbe metafisicamente inquadrabile – ma una "soglia". E’, cioè, il contesto di senso che ogni discorso presuppone senza poterlo esprimere»[3].

Come dico spesso, vi è una certa piega filosofica che traccia le sue linee di pensiero attorno a questo inesprimibile. E vi è il persistere di un gesto poetico (risonante con tale temperie filosofica) che, aporeticamente, ne tenta l’espressione.

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[1]  P. Lago, I movimenti aberranti di Deleuze (fonte web, Carmillaonline.com)

[2]    Deleuze e Guattari, Che cos'è la filosofia (1991), ed. italiana Einaudi a cura di C. Arcuri (1996).

[3]    M. Marchesini - Su Deleuze vent'anni dopo (fonte web, claudiogiunta.it)



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