
La carne del mondo
Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) è stato uno dei massimi pensatori francesi del ‘900. Di area esistenzialista, si inserisce nel filone della riflessione ontologica e muove, come Heidegger, a partire dalla rimozione attuata dalla metafisica tradizionale, il ben noto “strappo” (cfr. Zambrano)[1], riduzione, astrazione: «la metafisica è un'ontologia ingenua, è una sublimazione dell'Essente»[2]. Una metafisica che punta direttamente alla conoscenza per coincidenza, che sorvola sull'Essere (MP. lo chiama appunto “pensiero di sorvolo”). A tutto questo MP. oppone un approccio indiretto e complesso di recupero di un rapporto autentico con l'Essere in cui non si potrà mai definitivamente "dire la cosa" ma si procederà in senso negativo, per illuminazione di versanti, per scarti: «Non si può fare ontologia diretta. Il mio metodo 'indiretto' (l'essere negli essenti) è l'unico conforme all'essere – 'Φ negativa' come 'teologia negativa'»[3]. Il visibile, intrecciato con l'invisibile, esclude qualunque possibilità di possesso definitivo: «Nessuna cosa, nessun lato della cosa si mostra se non nascondendo attivamente gli altri, denunciandone l’esistenza nell’atto di nasconderli. Vedere è, per principio, vedere più di quanto si veda, accedere a un essere di latenza. L’invisibile è il rilievo e la profondità del visibile, e il visibile non comporta positività pura più dell’invisibile»[4].
Questo atteggiamento di pensiero avvicina radicalmente MP. all’attività artistica: «Il filosofo parla, ma è una sua debolezza, e una debolezza inspiegabile: egli dovrebbe tacere, coincidere in silenzio, e raggiungere nell’Essere una filosofia che vi è già fatta. Viceversa, tutto avviene come se egli volesse tradurre in parole un certo silenzio che è in lui e che egli ascolta. La sua intera “opera” è questo sforzo assurdo»[5]. Questa citazione rende l'idea di una nuova filosofia che si fa simile all'arte, in particolare mi vien da dire alla poesia, proprio per questa menzione al silenzio (cfr. Zanzotto)[6], una filosofia che muore come disciplina "di sistema", chiusa, definitiva, e assume lo stesso indefinito andamento a tentativi sempre inconclusi che caratterizza la genesi dell'opera d'arte.
Questo avviene perché egli fonda la conoscenza, il pensare, sul corpo. Torna al “vitale” come luogo centrale «in virtù dell’evidenza incontestata che in qualche modo si deve vedere o sentire per pensare, che ogni pensiero a noi noto avviene a una carne»[7]. Non è una tesi empirista. MP. lo precisa. Alla base vi è l’esperienza del mondo, vi è il mondo, che non insiste però su una tabula rasa e crea il pensiero meccanicisticamente, poiché un “centro” esiste, in una corrispondenza interno-esterno che supera la dicotomia soggetto/oggetto attraverso un “impossibile”, il concetto di carne: «la carne di cui parliamo non è la materia. Essa è l’avvolgimento del visibile sul corpo vedente, del tangibile sul corpo toccante, che è attestato specialmente quando il corpo si vede e si tocca nell’atto di vedere e di toccare le cose, cosicché, simultaneamente, come tangibile discende fra di esse, come toccante le domina tutte e ricava da se stesso questo rapporto, e anche questo doppio rapporto»[8]. Come è evidente in queste citazioni, MP. si serve e si affida a un linguaggio “laterale”, alla maniera di Bergson, in cui «non conta il senso manifesto di ogni parola e di ogni immagine, ma i rapporti laterali, le parentele, che sono implicati nei loro rivolgimenti e nei loro scambi»[9]. Alla maniera di Bergson, ma anche del poetico. Nel denominatore comune dell’espressione dell’inesprimibile, dell’Essere che giace nel tacito. Dire il tacito, parlare il silenzio. Partendo dall’evidenza vitalistica che c’è una nostra apertura originale al mondo, inscritta nella visibilità, una deiscenza. Vi è un incrociarsi, un chiasma tra uomo e mondo, che ha una natura immediata, simultanea, che reintroduce nel discorso filosofico l’elemento magico del rapporto con le cose: «questo rapporto magico, questo patto fra esse e me secondo il quale io presto loro il corpo perché esse vi inscrivano e mi diano la loro somiglianza, questa piega, questa cavità centrale del visibile che è la mia visione»[10]. La carne dell’uomo e del mondo non è un’essenza, un principio, una sostanza. È un nome dato al concetto impossibile di una comunanza tra noi e il mondo, di una connessione intimamente ontologica, che è precisamente il sentire lirico. «Ciò che chiamiamo carne, questa massa interiormente travagliata, non ha nome in nessuna filosofia». Essa è il «medium formatore dell’oggetto e del soggetto»[12]. Quindi è un’immagine metaforica della compartecipazione di soggetto e oggetto all’evento dell’essere. In una nota de Il visibile e l’invisibile lo esprime con molta chiarezza: «La carne = il fatto che il visibile che io sono è vedente (sguardo) o, ciò che è lo stesso, ha un interno + il fatto che anche il visibile esteriore è visto, i.e. ha un prolungamento, nel recinto del mio corpo, che fa parte del suo essere»[13]. L’interiorità è cavità che accoglie il mondo, è ripiegamento del mondo stesso all’interno del soggetto che non è scisso da esso, non è spettatore di fronte a oggetti (ob-jectum, posto innanzi) ma è chiasma col mondo, intreccio indissolubile. L’esperienza del mondo è quella di questo intreccio. Dire quest’esperienza, cercare il linguaggio per esprimerla, accomuna, in una splendida simmetria, il pensatore “alla maniera di Merleau-Ponty” al poeta.
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[1] Rif. mio articolo L’esilio della poesia.
[2] M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, Bompiani ed. digitale 2014 (prima ed. originale 1964) pos. 3581.
[3]. Ibid. pos. 3427 (Φ sta per “filosofia”).
[4]. Ibid. pos. 3427 (Φ sta per “filosofia”).
[5]. Ibid. pos. 2513.
[6]. Rif. mio articolo La vita silenziosa.
[7]. Merleau-Ponty op. cit. pos. 2864.
[8] ivi.
[9]. Ibid., pos. 2519.
[10] Ibid., pos. 2871.
[11] Ibid., pos. 2871.
[12] ivi.
[13]. Ibid. pos. 5152
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