Su Thierry Metz – una riflessione
Carmen Mistrotta, flora's district 3

Su Thierry Metz – una riflessione

diRoberto Masi

Alcuni poeti posseggono il dono della naturalezza. Che si tratti di apparenza o metodica costruzione non ha alcuna importanza, niente a che vedere con il gusto personale (il quale peraltro tende all’incitamento), poiché in grado di farmi ricredere sul gesto della scrittura, su quanto sia preferibile desistere se non si è in grado di determinare l’atto empirico come un qualcosa che non ci appartiene ma che può solo restituirci la dignità del tramite, il beneficio di farci portatori inconsapevoli di una traccia d’estasi che, attraversandoci, ci utilizza. In fondo, questo siamo: un mezzo attraverso il quale rivelare l’essere nel suo manifestarsi assentandosi. 

Nato a Parigi nel 1956 e morto suicida a Bordeaux il 16 aprile del 1997, Thierry Metz incarna ciò che di più vero, profondo e concreto dovrebbe fare la poesia, perfino nel farci rinunciare dal praticarla quando l’intento risulta tecnicamente determinato, rivolto cioè al conseguimento causale della propria riconoscibilità che ‒ sebbene possa ritenersi un peccato innocente e molto più umano di una certa modestia sdoganata con patetica arroganza ‒ mette in moto l’ingranaggio antropico che fa decadere l’indisponibile, ciò che dovrebbe essere provato e non visto, accolto e strappato dall’oblio dei nostri condizionamenti che altresì vorrebbero emularlo per scopi discutibili: “I veri testi […] possiedono un’intensità, e tale intensità è discreta, lontana dalle passioni teatrali o da languori compiacenti” come fa giustamente notare Jean Grosjean nella prefazione all’opera più famosa del poeta francese, “Diario di un manovale”.

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5 agosto. Ho visto questo stamattina: un piccione morto su un mucchio di rovine. / È segno di scrittura ciò che cade dall’albero. / Al manovale il gesto di raccoglierlo. Senza aspettare. Altrimenti come saprebbe che l’uccello dà forma alle sue mani? A quello che tocca?

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A discapito dei feticisti, poche ma determinanti sono le informazioni recuperabili sulla vita di questo autore: alcune foto, brevi note biografiche ripetute, qualche articolo e poesie sparse. Autodidatta, manovale, contadino e campione di sollevamento pesi, Thierry Metz ha scritto opere (poche) che costituiscono un cosmo, una vita: la sua, certo, ma anche la nostra laddove pare ci sia tutto ciò che serve per arrendersi all’evidenza di far parte di un deserto. L’arte, se così si vuol definire ciò che di fatto è la sostanza stessa dell’essere umano, risolve l’uomo che diviene egli stesso l’opera (come auspicava Carmelo Bene), e lo fa in un modo che non contempla le dinamiche narcisistiche attraverso le quali l’odierna credibilità si veicola, anche – o soprattutto – a fronte di una tragedia personale.

L’oblio, prima dell’uomo e poi della parola, non può essere ridotto a scarnificazione bensì è il traguardo cui ambire; ma non solo questo, rappresenta anche il silenzio cui ritornare per far sì che la traccia resti poco visibile, percettibile quanto basta per dare a colui che la contempla l’occasione di attivare i propri sensi d’istinto e verità. Questo, mi pare, solo la poesia è in grado di farlo e in particolare una certa poesia di cui Metz ne è la prova.

Oltre le vicende personali dell’uomo, con le quali è inevitabile empatizzare (Thierry Metz vede il figlio Vincent di soli otto anni morire sotto ai propri occhi schiacciato da un’auto), dal dolore emerge la catarsi non solo personale ma dell’intera umanità, quel superamento del nichilismo come inteso da Dostoevskij che non s’incarna nella partecipazione ma nell’apparizione di una possibile soluzione all’impasse che ci sta cancellando nel processo di entificazione. In questo Metz si fa maestro – magari inconsapevole – di un tutto cui attingere per rivoltare la terra con gli arnesi del manovale, il quale si ostina nel gesto ripetuto che lo trattiene dalla deriva, nella fatica, nella contemplazione ma non nella ricerca di ciò che lo circonda, fino a farlo diventare scenario di sé, corredo di una visione elevata che la tecnica può nascondere ma non sopprimere, segnando infine con parole semplici ciò che dell’uomo è destinato a rimanere, ovvero nulla se non questa flebile traccia.

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Bianca. Completamente bianca. Per un po’ di tempo. / Amo questa pagina che tu attraversi, dove ti accompagni al bambino. Nel bosco dietro il cimitero. / Un sentiero ci scivola tra le dita ma non abbiamo che le nostre mani da prendere. Ci concediamo un grappolo d’uva. / Nessuno. / Nemmeno un cane. / Il bambino, sognando, osserva una nuvola. / Tutto si è spostato all’improvviso, il tempo che trascorriamo, uno contro l’altro.

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Le nostre opere, dunque, il nostro sapere, i nostri talenti, i presunti successi cui ci affidiamo come imposizione personale o peggio ancora come vanitosa manifestazione di una sensibilità scaturita dal pensiero causante, non dovrebbero appartenerci ma superarci, lasciarci indietro perché si possa continuare a rincorrerle pur con la consapevolezza dell’impossibilità di raggiungerle. Non penso che Metz si sia limitato a scrivere senza curarsi del risultato estetico: avrà pure - e voglio sperarlo per non sentirmi completamente deragliato - corretto e rivisto i propri scritti perché potessero dire ciò ch’egli sentiva di poter dire e nel modo in cui doveva esser detto, così come non sono rari i richiami a Celan ed è nota la sua dedizione allo studio; eppure, c’è qualcosa di questo autore che affranca il gesto, lo dissotterra dalle macerie del cantiere, dal cemento, lo illumina con l’oscurità, lo spacca con piccone e pala e vi costruisce attorno una casa che altri andranno ad abitare.

Se pensi all’uomo, inevitabilmente finisci per commuoverti ma capisci che per quanto il suo dolore non lo abbia salvato, in qualche modo continua a sottrarre alla morte l’attimo in cui i reciproci intenti si sono incrociati, spinti dalla medesima interferenza emotiva, una sovrapposizione che non riguarda le dinamiche cui siamo sottomessi né il bisogno di illuminare sé stessi per essere visti, bensì l’atto del ritirarsi, farsi piccoli: senza fronzoli, senza retorica, senza sensazionalismi o titoli di merito come il manovale che, con le scarpe impolverate, le mani coriacee spaccate dal cemento e sporche dalle fatiche del lavoro, impugna la penna e verga quelle poche parole sul quaderno del figlio, parole che valgono molto più di tutto ciò che ci ostiniamo a inseguire, molto più di un riconoscimento, più di un talento che a tutti i costi si vuole affermare soffocando la purezza del gesto.

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Mi hai appena raggiunto. Sei qui. Ti amo. Mi porti alcune ciambelle in un piatto. Del sidro. / Parliamo un poco. Oggi abbiamo tempo. Chi potrebbe venire? Ed io non devo andare via… / Guardarti. / Ascoltarti. / È tutto. / Vedi: siamo poveri. / Sei l’ala che l’angelo brama nella tenebra.

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